22 A 16. SEXT. EMP. adv. math. VII 126-34. Eraclito, a sua volta, poiché riteneva che l'uomo avesse due strumenti per la conoscenza della verità, e cioè la sensazione e la ragione, da un lato sosteneva che la sensazione non fosse attendibile, in questo analogamente ai filosofi della natura di cui si è parlato prima, e dall'altro faceva della ragione il criterio della verità. Quanto alla sensazione, egli la confuta dicendo letteralmente: «... » [B 107], che è come se avesse detto: «È proprio delle anime barbare prestar fede alle sensazioni irrazionali». (127) E la ragione, che egli fa criterio di verità, non è una ragione qualunque, ma quella comune e divina. Quale sia questa ragione bisogna ora mostrare brevemente: il nostro filosofo della natura è convinto che ciò che ci circonda è razionale e intelligente. (128) E questo lo aveva espresso assai prima Omero, quando disse [Il. II 163]:

Tale è la mente degli uomini che vivono sulla terra
quale di giorno in giorno la guida il padre degli uomini e degli dèi.

e Archiloco [fr. 68 Diehl] dice che gli uomini pensano «secondo il giorno che Zeus li guida». La stessa cosa è detta anche da Euripide [Troad. 885]:

Chiunque tu sia, difficile a comprendere,
Zeus, o necessità della natura o mente dei mortali,
te supplicai.

(129) Poiché, secondo Eraclito, assorbiamo con la respirazione questa ragione divina, noi diventiamo intelligenti, e mentre nel sonno ne diventiamo dimentichi, al risveglio ne abbiamo di nuovo coscienza; nel sonno infatti i pori della sensibilità si restringono e l'intelligenza che è in noi si separa dal contatto naturale con ciò che ci circonda (resta solo, attraverso la respirazione, una congiunzione, come una radice), ed essendo separata, perde quella capacità di ricordare che aveva prima; (130) al risveglio, di nuovo sporgendosi avanti attraverso i pori sensibili, quasi fossero piccole porte, e ricongiungendosi con ciò che la circonda, riacquista la facoltà razionale. Allo stesso modo, infatti, che i carboni, accostati al fuoco, diventano per mutazione incandescenti e, separati, si spengono, così anche quella parte di ciò che ci circonda e che è colta nei nostri corpi diventa, a causa della separazione, quasi del tutto incapace di ragionare, mentre, in virtù del contatto naturale attraverso la moltitudine dei pori, diviene omogenea al tutto. (131) Questa ragione, dunque, comune, divina e per partecipazione della quale diventiamo razionali, Eraclito dice che è criterio della verità: onde ciò che appare a tutti in comune è degno di fede (poiché è appreso con la ragione che è comune e divina), mentre ciò che risulta ad uno soltanto non lo è, per la ragione contraria. (132) Iniziando dunque il suo libro Sulla natura e alludendo in certo senso a ciò che ci circonda, il nostro filosofo dice: « ... » [B 1]. (133) Avendo con queste precise parole mostrato che per partecipazione alla ragione divina facciamo o pensiamo ogni cosa, poco più avanti aggiunge: « ... » [B 2], il che non è altro che la spiegazione del modo in cui l'universo è governato; onde, per quanto parteciperemo del ricordo di quella ragione, saremo nel vero; per quanto invece ci chiuderemo nella nostra individualità, saremo nel falso. (134) Anche in ciò, dunque, indica nel modo più esplicito che la ragione comune è il criterio, che le cose che appaiono in comune sono credibili, in quanto vagliate dalla ragione comune e invece quelle che appaiono individualmente a ciascuno sono false. SEXT. EMP. adv. math. VIII 286. Esplicitamente Eraclito afferma che l'uomo non è razionale e che solo ciò che ci circonda possiede intelligenza [cfr. VII 127]. In conseguenza APOLLON. TYAN. ep. 18. Eraclito, filosofo della natura, afferma che l'uomo è naturalmente irrazionale [= HERACLIT. fr. 133 Bywater].

22 A 16. SEXT. Adv. math. VII 126ff. (126) [I 147. 30 App.] ὁ δὲ Ἡράκλειτος, ἐπεὶ πάλιν ἐδόκει δυσὶν ὠργανῶσθαι ὁ ἄνθρωπος πρὸς τὴν τῆς ἀληθείας γνῶσιν, αἰσθήσει τε καὶ λόγωι, τούτων τὴν 〈μὲν〉 αἴσθησιν παραπλησίως τοῖς προειρημένοις φυσικοῖς ἄπιστον εἶναι νενόμικεν, τὸν δὲ λόγον ὑποτίθεται κριτήριον. ἀλλὰ τὴν μὲν αἴσθησιν ἐλέγχει λέγων κατὰ λέξιν "κακοὶ ... ἐχόντων" [B 107], ὅπερ ἴσον ἦν τῶι "βαρβάρων [I 147. 35] ἐστὶ ψυχῶν ταῖς ἀλόγοις αἰσθήσεσι πιστεύειν". (127) τὸν δὲ λόγον κριτὴν τῆς ἀληθείας ἀποφαίνεται οὐ τὸν ὁποιονδήποτε, ἀλλὰ τὸν κοινὸν καὶ θεῖον. τίς δ' ἐστὶν οὗτος, συντόμως ὑποδεικτέον˙ ἀρέσκει γὰρ τῶι φυσικῶι τὸ περιέχον [I 148. 1] ἡμᾶς λογικόν τε ὂν καὶ φρενῆρες. (128) ἐμφαίνει δὲ τὸ τοιοῦτο πολὺ πρόσθεν Ὅμηρος [σ 163] εἰπών˙

τοῖος γὰρ νόος ἐστὶν ἐπιχθονίων ἀνθρώπων,
οἷον ἐπ' ἦμαρ ἄγηισι πατὴρ ἀνδρῶν τε θεῶν τε.

[I 148. 5 App.] καὶ Ἀρχίλοχος [fr. 68 D.] δέ φησι τοὺς ἀνθρώπους τοιαῦτα φρονεῖν "ὁποίην Ζεὺς ἐφ' ἡμέρην ἄγει". εἴρηται δὲ καὶ τῶι Εὐριπίδηι [Troad. 885] τὸ αὐτό˙

ὅστις 〈ποτ'〉 εἶ σὺ δυστόπαστος εἰσιδεῖν
Ζεύς, εἴτ' ἀνάγκη φύσεος εἴτε νοῦς βροτῶν,
ἐπευξάμην σε.

[I 148. 10 App.] (129) τοῦτον οὖν τὸν θεῖον λόγον καθ' Ἡράκλειτον δι' ἀναπνοῆς σπάσαντες νοεροὶ γινόμεθα, καὶ ἐν μὲν ὕπνοις ληθαῖοι, κατὰ δὲ ἔγερσιν πάλιν ἔμφρονες˙ ἐν γὰρ τοῖς ὕπνοις μυσάντων τῶν αἰσθητικῶν πόρων χωρίζεται τῆς πρὸς τὸ περιέχον συμφυΐας ὁ ἐν ἡμῖν νοῦς, μόνης τῆς κατὰ ἀναπνοὴν προσφύσεως σωιζομένης οἱονεί τινος ῥίζης, χωρισθείς τε ἀποβάλλει ἣν πρότερον εἶχε μνημονικὴν δύναμιν˙ (130) [I 148. 15 App.] ἐν δὲ ἐγρηγόρσει πάλιν διὰ τῶν αἰσθητικῶν πόρων ὥσπερ διά τινων θυρίδων προκύψας καὶ τῶι περιέχοντι συμβαλὼν λογικὴν ἐνδύεται δύναμιν. ὅνπερ οὖν τρόπον οἱ ἄνθρακες πλησιάσαντες τῶι πυρὶ κατ' ἀλλοίωσιν διάπυροι γίνονται, χωρισθέντες δὲ σβέννυνται, οὕτω καὶ ἡ ἐπιξενωθεῖσα τοῖς ἡμετέροις σώμασιν ἀπὸ τοῦ περιέχοντος μοῖρα κατὰ μὲν τὸν χωρισμὸν σχεδὸν ἄλογος γίνεται, κατὰ δὲ τὴν [I 148. 20 App.] διὰ τῶν πλείστων πόρων σύμφυσιν ὁμοιοειδὴς τῶι ὅλωι καθίσταται. (131) τοῦτον δὴ τὸν κοινὸν λόγον καὶ θεῖον καὶ οὗ κατὰ μετοχὴν γινόμεθα λογικοί, κριτήριον ἀληθείας φησὶν ὁ Ἡ.˙ ὅθεν τὸ μὲν κοινῆι πᾶσι φαινόμενον, τοῦτ' εἶναι πιστόν (τῶι κοινῶι γὰρ καὶ θείωι λόγωι λαμβάνεται), τὸ δέ τινι μόνωι προσπῖπτον ἄπιστον ὑπάρχειν διὰ τὴν ἐναντίαν αἰτίαν. (132) ἐναρχόμενος γοῦν τῶν Περὶ φύσεως [I 148. 25 App.] ὁ προειρημένος ἀνὴρ καὶ τρόπον τινὰ δεικνῦς τὸ περιέχον φησί˙ "λόγου ... ἐπιλανθάνονται" [B 1]. (133) διὰ τούτων γὰρ ῥητῶς παραστήσας ὅτι κατὰ μετοχὴν τοῦ θείου λόγου πάντα πράττομέν τε καὶ νοοῦμεν ὀλίγα προσδιελθὼν ἐπιφέρει "διὸ ... φρόνησιν" [B 2]. ἡ δ' ἔστιν οὐκ ἄλλο τι ἀλλ' ἐξήγησις τοῦ τρόπου τῆς τοῦ παντὸς διοικήσεως. διὸ καθ' ὅ τι ἂν αὐτοῦ τῆς μνήμης κοινωνήσωμεν, [I 148. 30 App.] ἀληθεύομεν, ἃ δὲ ἂν ἰδιάσωμεν, ψευδόμεθα. (134) νῦν γὰρ ῥητότατα καὶ ἐν τούτοις τὸν κοινὸν λόγον κριτήριον ἀποφαίνεται, καὶ τὰ μὲν κοινῆι φησι φαινόμενα πιστὰ ὡς ἂν τῶι κοινῶι κρινόμενα λόγωι, τὰ δὲ κατ' ἰδίαν ἑκάστωι ψευδῆ. SEXT. Adv. math. VIII 286 καὶ μὴν ῥητῶς ὁ Ἡ. φησι τὸ μὴ εἶναι λογικὸν τὸν ἄνθρωπον, μόνον δ' ὑπάρχειν φρενῆρες τὸ περιέχον [s. VII 127]. Danach APOLL. TYAN. Ep. 18 [I 148. 35 App.] Ἡ. ὁ φυσικὸς ἄλογον εἶναι κατὰ φύσιν ἔφησε τὸν ἄνθρωπον [= HERACLIT. fr. 133 Byw.].